Anna Shinoda intervistata su Inner Space

Scritto da Silvia Di Leonardo, Selene Rossi, il 03 Aprile 2019

In un podcast online uscito lunedì 1 aprile e chiamato #InnerSpace, Anna Shinoda racconta alla Dott.ssa Barbara Van Dahlen (fondatrice di Give An Hour e sostenitrice di Change Direction, ndr) come prendersi cura del proprio io e come ha scoperto della tragedia di Chester Bennington.

Trovate qui sotto la traduzione dell’intervista ad Anna rilasciata nell’episodio Art As Therapy (disponibile qui), mentre in fondo all'articolo trovate la trascrizione in inglese.

*Disclaimer: se siete ancora particolarmente sensibili alla morte di Chester vi consigliamo di saltare la seconda risposta*

Chester era uno dei miei migliori amici così come lo era di mio marito, Mike Shinoda dei Linkin Park. E Mike e Chester erano i 2 cantanti della band oltre che amici incredibilmente stretti. Abbiamo fatto... è abbastanza strano dire che abbiamo fatto tutto con Chester e Talinda, ma l’abbiamo fatto. Quando eravamo in giro stavamo sempre nello stesso hotel perché eravamo grandi amici, come i nostri figli. Prendevamo sempre la stessa macchina per andare agli show; se i ragazzi erano in tour lontano allora andavamo col jet, Mike e Chester viaggiavano sempre sullo stesso jet quindi, specialmente quando eravamo in tour insieme, non lo so... trascorrevamo con loro almeno 14 ore al giorno!

anna shinoda

 

Anna aggiunge successivamente su Twitter: 14 ore al giorno o forse un po’ di meno. Ma almeno 10. Una giornata di show tipo insieme era: colazione o pranzo, incontro per l’allenamento, viaggio alla venue. I ragazzi andavano al meet & greet o a fare interviste, mentre io e Talinda restavamo in camerino. Poi cena, prove, show, viaggio di ritorno in hotel. Durante i giorni di pausa qualche volta organizzavamo una grande cena fuori o facevamo i turisti in giro per la città. I giorni degli show, se noi ragazze non andavamo al locale, era perchè probabilmente stavamo in giro ad esplorare la città con i nostri figli perchè eravamo tutti amici molto stretti. Mi mancano un sacco quei tempi.

Quei due erano spassosi insieme. Le loro personalità si completavano a vicenda. Ho sparato il numero 14 ma questo accadeva solo durante le giornate di lungo viaggio. E’ più facile una media di 10 ore. Finito il tour, non vivevamo così tanto vicini, ci vedevamo molto di meno di persona.

Le viene anche chiesto se trascorrevano il tempo insieme solo loro 4 o anche col resto della band, e Anna risponde:

Certo! Nell’intervista stavo parlando specificatamente di Chester e Mike, ma eravamo tutti amici e i nostri figli hanno tutti più o meno la stessa età, amano stare insieme. Credo che una parte di quella magia fosse quanto tutti ci prendevamo cura degli altri, nonostante le nostre differenti personalità. Inoltre, così non dipingo una situazione non realistica: 18 anni, 6 ragazzi, 6 ragazze e un gruppo di bambini. Un sacco di possibilità di amicizia, un sacco di occasioni diverse per stare insieme, un sacco di tempo speso con le nostre famiglie o da soli. Ognuno aveva la propria amicizia unica con l’altro.

Per quanti anni tutto questo?

Oddio, uhm. Dunque, ho incontrato Mike nel 1998, di fatto prima che Chester entrasse nella band che alla fine diventò Linkin Park e... Chester penso arrivò nel ‘99 e quindi sono quasi 20 anni, quasi 20 anni… e ci sono state molte occasioni in cui ci siamo preoccupati per Chester, aveva problemi di dipendenza e c’era sempre molto di cui preoccuparsi ma quando morì il 20 luglio 2017, non eravamo preoccupati.

Dov’eri tu? So dove si trovava Talinda (Bennington, ndr) in quel momento. Ma dove eravate tu e Mike?

Uhm dunque Mike era… Doveva fare un servizio fotografico con i ragazzi della band quel giorno. E quindi andò allo shooting e io lasciai i nostri figli al campo estivo, perché era estate, e tornai a casa e mi sedetti in realtà - mi piace giocare ai videogames quindi semplicemente mi andai a sedere nel mio ufficio per giocare un po’ a Skyrim sul mio Nintendo Switch e ricevetti un messaggio da Heidi che è la moglie di Joe, ed era un messaggio strano. Diceva “Sono così devastata” e chiesi “Che succede?” e lei non rispose, dopo sentii la porta del nostro garage chiudersi. E arrivò Mike e io dissi “Ho appena ricevuto un messaggio strano da Heidi, cosa sta succedendo?” e lui mi disse “Vieni su” e me lo disse nella nostra camera. E uhm… lui era… quando me lo disse, tutto ciò a cui riuscii a pensare in quel momento fu… pensare a Chester come uno dei nostri migliori amici e pensai “Oh mio dio.. uno dei nostri migliori amici se n’è andato”. Iniziai il processo di cosa questo avesse significato per la mia vita solo molto tempo dopo. Io e Mike abbiamo iniziato a frequentarci quando avevo 20 anni. Quindi, tutto ciò che conoscevo riguardava la sua band. Ci siamo sposati perché quella settimana di maggio era quella in cui la band sarebbe stata off quell’anno, sai [ride], abbiamo pianificato di avere figli quando sapevamo sarebbe stato un buon momento per lui di prendersi del tempo libero, di non essere in tour così che lui potesse stare con i nostri figli quando erano appena nati, quindi la nostra intera vita era praticamente scandita in base a ciò che i Linkin Park stavano facendo e improvvisamente non solo un nostro caro amico se n’era andato, ma anche tutto il resto.

Questo succedeva un anno e mezzo fa, quando Chester morì. Come stai adesso, cosa sta facendo la tua famiglia e come ripensi a quel periodo per la tua famiglia?

Quando Chester è morto, tutto si è fermato. Perchè mio marito era improvvisamente disoccupato - non lavorava. Dovevano andare in tour, ovviamente quel tour venne subito cancellato (il One More Light tour in America, ndr). Hanno fatto quello show in tributo a Chester che è stato uno spettacolo importante penso sia per loro che per la fanbase. Ma il 2017, per me, Mike e la nostra famiglia, finì per essere solo un momento di riflessione… uhm, i Linkin Park sono andati avanti così velocemente, per così tanto tempo. E all’improvviso hanno dovuto fermarsi - è stata praticamente la prima volta in 20 anni che hanno dovuto davvero interrompere tutto e pensare “ok, bene… e adesso?”. Quindi, per il resto di quell’anno, Mike ha messo le sue emozioni e i suoi sentimenti in quell’album che è diventato Post Traumatic e io, che sono una scrittrice ma non riuscivo a concentrarmi, ero in una fase avida e quando stavo per ritrovare un equilibrio, mia madre morì, a novembre. Quindi non riuscivo a concentrarmi su nient’altro che scrivere, voglio dire, scrivere mi aiuta. Non è solo qualcosa che faccio perchè mi piace ma perché è una cosa che ho dentro ed è parte di me.

E questo è un buon punto per fermarci e dire che non scrivi soltanto per te, ma sei anche una scrittrice, un’autrice. 

Sì, lo sono.

Ok, parliamo di questo, perchè questa è un’importante parte di chi sei che significa molto per te ma è anche importante ciò che stai dando al mondo e che ci ha portate ad iniziare un lavoro insieme. Parlaci della scrittura e di quando hai iniziato e hai pubblicato il tuo libro, poi vediamo dove questo discorso ci porta.

Dunque, mi è sempre piaciuto scrivere, quando ti chiedono “cosa ti piaceva fare da bambina”, quella era una delle cose che amavo. Non avevo tantissimi amici, ero la più piccola di sette figli in una famiglia davvero caotica. Avevo un fratello che faceva dentro e fuori di prigione, e io spesso leggevo per fuggire da tutto ciò che mi succedeva attorno, oppure scrivevo. Trascorrevo le mie estati con un taccuino, riempiendolo di storie, e mi piacerebbe ancora avere quel quaderno, comunque! Quello non ce l’ho più ma ho ancora delle storie che ho scritto, che mia madre aveva conservato, è stata carina. Dopo andai a lezione di scrittura solo per divertirmi e mi dicevo “wow, interssante!” e così ho iniziato il percorso della scrittura, nel 2003. Mi ci è voluto dal 2003 al 2014 per pubblicare il mio primo libro. È stato un lungo percorso ma ce l’ho fatta. E dopo ho provato a lavorare su un romanzo specifico dopo che uscì il primo, che parla di una ragazza che ha un fratello che fa dentro e fuori di prigione, e non l’ho scritto perché volevo scrivere una biografia ma perchè volevo prendere i miei sentimenti e metterli in un libro. Perciò ho fatto così, ho dato tutti i miei sentimenti al mio personaggio principale, ed è stato grande perché ho potuto renderla più forte e più potente, e ho potuto farle avere conversazioni che io non avevo mai avuto nella vita reale ed è stato bello essere in grado di elaborare ciò che era successo nella mia vita reale ma tramite una storia di finzione, su un’altra ragazza che aveva un fratello che faceva dentro e fuori di prigione, e quella ragazza non ero io, e quel fratello non era mio fratello, ma i sentimenti erano gli stessi.

Quel libro è stato di grande successo e prima con me hai condiviso l’impatto che questo ha avuto sulle persone, i giovani adulti, perchè il tuo genere tecnicamente è per lettori adolescenti, è questo su cui ti sei concentrata.

Sì è corretto.

Ricevi molte email e prima hai condiviso la storia di una persona che ti ha scritto. Se ti va, puoi condividere quella storia? 

Quando ricevo lettere, qualche volta qualcuno me le dà al firma copie, altri le portano a Mike ai suoi show “puoi per favore dare questa ad Anna?” e io le conservo. E la più potente di tutte le lettere che ho è quella di una ragazza che dorme col mio libro sotto al suo cuscino. E questo perché lo ha detto ed era la prima volta che si era sentita compresa da qualcuno e non si sentiva in colpa - il libro riguarda molto le relazioni con queste dinamiche familiari, ed era la prima volta nella sua vita in cui si sentiva così “Non devo vergognarmi se non sto bene con ciò che succede alla mia famiglia” e, voglio dire, che cosa incredibile il fatto che ciò che ho scritto per aiutare me stessa ad elaborare certe cose, ha finito per essere il libro che questa donna tiene sotto al suo cuscino la notte e quando si sente ansiosa o turbata, apre il libro e rilegge le sue pagine preferite.

È incredibilmente formidabile e toccante.

Voglio dire, quando l’ho letto, ero così esterrefatta perché non avrei mai potuto immaginare che qualcosa che avevo scritto potesse avere quel tipo di impatto nella vita di qualcun altro. E ho ricevuto altre lettere simili a questa, di persone che dicevano di aver comprato il mio libro e di sentirsi capiti dopo averlo letto, e questo è molto speciale, è stupendo. Quando ho scritto “Learning Not To Drawn”, non stavo pensando che stavo scrivendo un libro sulla salute mentale. A quel tempo avevo iniziato il mio percorso di salute mentale, stavo facendo una terapia cercando di capire le mie cose e la mia famiglia, mio fratello e il trauma infantile e tutte quelle cose, insomma me stessa. Sapevo che la terapia era importante per me ma non stavo scrivendo un libro che avrebbe dovuto aiutare qualcuno con la propria salute mentale ma alla fine è venuto fuori un libro che la gente trova d’aiuto, che è bellissimo e fantastico. Prima stavamo facendo colazione e stavamo parlando di tutti quei libri che ho letto e ho amato quando ho detto “queste persone non stavano pensando di scrivere un libro sulla salute mentale e probabilmente non sapranno mai che hanno scritto un libro che funziona.”. Perché stanno solo scrivendo un libro onesto, una storia onesta che non va di pari passo con questi strani stereotipi che ci sono in giro sulle malattie mentali. Per esempio, stavo facendo il giudice in un contest di scrittura in cui gli autori stavano cercando di ottenere un finanziamento per portare avanti la loro scrittura. Era tutta letteratura per giovani adulti e lessi circa 215 pezzi e di questi, più di 100 avevano una trama che parlava di suicidio. Ma quando ho letto nel dettaglio le storie, mi sono accorta che stavano solo usando il suicidio come come filone narrativo. Ho fatto questo l’anno scorso, dopo che ero passata attraverso tutto ciò che avevo passato, ed è stato subito ovvio per me che chi aveva scritto quelle storie, lo avesse fatto perché inserire un suicidio nella loro storia l’avrebbe resa più eccitante o più vendibile. Ed era ovvio che non avevano mai vissuto quell’esperienza prima, che non erano mai passati attraverso quella situazione prima. 

E ho il sospetto che quegli autori non solo non siano mai passati attraverso qualcosa di simile, ma probabilmente non abbiano nemmeno idea dell’impatto che potrebbe avere nel lettore scrivere qualcosa che non è autentico o pensato con attenzione.

Assolutamente. E penso che sia perché, sai, le persone non vulnerabili possono guardare qualcosa, osservare qualcosa e gli scivola addosso, continuano ad andare avanti senza problemi. Sono una grande sostenitrice della libertà di espressione quindi, sì, queste storie possono esistere ma se esistono davvero là fuori dobbiamo assicurarci che le persone capiscano l’impatto che possono avere su chi è vulnerabile. Se qualcuno già ha istinti suicidi o sta pensando al suicidio, e legge o vede qualcosa che può incentivarlo, stiamo parlando di una questione di vita o di morte. Quindi io cerco sempre di provare a focalizzarmi su come possiamo cambiare la cultura sulla salute mentale in un modo positivo? Non voglio dire “non scrivete più questi libri, non pubblicateli più”, ma voglio dire fatelo e accertatevi che siate attenti e se sapeste, forse non pubblichereste quel libro, o forse andreste comunque avanti, ma penso che un sacco di gente semplicemente non sappia quale impatto potrebbe avere.

 

---------------------------------- ENGLISH VERSION ----------------------------------

 

Chester was one of my closest friends and he was also my husband’s, Mike Shinoda in Linkin Park, and Mike and Chester were the two vocalist of Linkin Park and incredibly tight friends. We did – it’s kinda weird to say like we did everything with Chester and Talinda, but we did, when we were out on the road we always stayed at the same hotel because we were tight and our kids were tight. We always took the same cars to the venue, if the guys were doing out touring so we would go by jet, Mike and Chester were always on the same jet and so, especially when we were on tour, we were on tour with them – I don’t know, we were together with them for fourteen hours a day!

For how many years?

Oh Gosh, uhm. So, I met Mike in 1998, which was actually before Chester joined the band that eventually became Linkin Park and so, Chester I think joined in ’99 and so that’s almost twenty years, almost twenty years.. and there have been plenty of times through other relationships with Chester where we’ve been worried about him, he had addiction problems and there was a lot to be worried about but we weren’t worried when he died on July, 20th of 2017.

Where were you? I know where Talinda was at the time. Where were you and Mike?

Uhm so Mike was uhm.. he was supposed to have a photoshoot with the guys from the band that day. And so he went to the photoshoot and I had dropped my kids off at camp, cause it was during summertime, and I came home and I actually had just sat down – I love playing video games so I had just sat down in my office to play a little Skyrim on my Nintendo Switch and I got a text from Heidi who is Joe’s wife, and it was a weird text. She said ‘I’m so devastated’ and I said ‘what’s going on?’ and she didn’t answer and then I heard our garage door close. And Mike came in and I said ‘I just got this weird text from Heidi, what is going on?’ and he said ‘come upstairs’ and he told me in our room. And uhm.. and he was.. when he told me, all my thoughts could be at that moment was… thinking of Chester as one of our closest friends and thinking “oh my God… one of our closest friend’s gone”. It wasn’t until much later that I really started to process what this meant for my life. For everything, for the fact that, you know, Linkin Park had been.. Mike and I started dating when I was 20 years old. So, everything I knew was surrounding his band. We got married because that was the week in May that the band could have off that year, you know [ride], we planned our kids kind of around when it was a good time for him to take time off, to be off tour so that he could be with our kids when they were first born, so our whole life was kind of dictated according to what Linkin Park was doing and suddenly not only was one of our friends gone, but also all of that.

That was now a year and a half ago, that Chester died. How are you doing, how is your family doing and how do you now think about that time for your family?

When Chester died, everything just stopped. Because, my husband was suddenly out of work – he was out of work. They were supposed to do a tour, that tour was obviously cancelled, they did do the tribute show for Chester which was an important show I think for them to do and also for the fan base. But 2017 kind of, for Mike and I and our family, ended up being just a time of reflection and trying… uhm, Linkin Park had been going forward so quickly, for so long. And the suddenly having a stop put on that – that’s kind of the first time in 20 years to really stop and thinking like “ok, well.. now what?”. So for the rest of that year, Mike was putting his emotions and his feeling into his album that became Post Traumatic, and I, I am a writer, but I couldn’t focus, I was in this greedy phase and just as I stared getting my focus back, my mother passed away, in November. So, I couldn’t focus on anything large but writing, I mean, writing helps me. It’s not just something that I do because I like doing it but it is a core part of me.

And this is a good spot to stop and say, not only do you write for you, but you are a published author.

Yes I am.

So talk about that, because that is a really important part of who you are and clearly both does something for you that Is very important but also what you’re giving to the world is very important and has lead us to start to do some work together. So talk about the writing and when that begun for you and your published work and then we’ll see where we go from there.

So, I always have enjoyed writing, when they say ‘what did you love to do as a kid’, that was the thing I did. I didn’t have a ton of friends, I was the youngest of seven children in a very chaotic family. I had a brother in and out of prison, and I oftentimes was either reading to kind of escape from everything that was going on, or I was writing. I would spent my summers with a notebook, just filling the notebook with stories, and I wish I still had that notebook, by the way! I don’t still own that notebook, but I do still have a few stories that I wrote, that my mom kept, so that was nice. And then I took writing class just for fun and I was “ohhh, what’s this?” and that kind of got me on the path for writing, and that was in 2003. And then it took me, from 2003 until 2014, for my first book to actually be published. So it was a long road, but I got there. And then I have been trying to work on a specific novel after the first one came out, and the first one is a novel about a girl who has a brother in and out of prison, and I wrote it because I did wanna write a momoire but I wanted to take my feeling and put it into a book. So I did that, I gave all my feelings to my main character, it was great cause I could make her stronger, and more powerful, and I could have her have the conversations I would never have in real life and it felt great being able to process what had gone on in my life through a fictional story, about another girl who had a brother in and out of prison, and the girl wasn’t me, and the brother isn’t my brother, but the feelings are parallel.

And the book has been very successful, and you shared something with me earlier, the impact that has had on the people, the young adults, because your genre, technically, is for young adult readers, that’s the space that you focused on.

That’s correct.

If you would, can you share that one story? You get emails from lots of – and you shared the story about this one person that wrote to you.

When I get letters, sometimes someone would bring me letters to like a signing, some of them brought letters to Mike, at one of his shows “can you please give this to Anna?” and I keep them. And the most powerful of all the letters that I have is there’s a girl who sleeps with my book under her pillow. And it’s because she read it and it was the first time that she felt like somebody understood her and she didn’t have to feel guilty about – the book is a lot about to be in a relationship with this family dynamics, and it’s the first time in her life where she felt “I don’t have to feel ashamed that I’m not ok with what happened to my family” and, I mean, what and incredible thing to have something that I wrote in a way to help myself process things, ended up being the book that this woman keeps under her pillow at night and when she’s feeling anxious or upset, she has her favourite pages and she opens the book and she reads her favourite passages.

That’s incredibly powerful and touching.

I mean, when I read that, I was so blown away by it because I could have never imagined that something I wrote would have that type of impact on anybody’s life. And I’ve got some other letters, similar to those, about people saying they got my book and they felt understood after reading it and that’s so special, it’s so wonderful.

And it’s so to the core of this work that you and I are now doing together, that you came up with this beautiful idea that we – because my platform and yours could create a bit of guidance and eventually recognition for authors that are getting it right and I suspect that young woman who wrote to you, she resonated with your book because you got it right, because the story fit and she could feel it and respond to it and now hopefully together we will create something that helps other people recognise “here’s a book that get’s it right”, and weather they want it for themselves or they want it as a gift, I think that’s another amazing gift that you are giving to your community.

Thank you. When I wrote Learning not to drawn, I wasn’t thinkin that I was writing a mental health book. At the time I had begin my mental health journey, I was going to therapy, kind of trying to figure out my stuff and my family, my brother and childhood trauma and all these different things and myself, just how I - . So I knew that therapy was an important thing for me but I wasn’t setting out to write a book that would help anybody with their mental health but it turned out that I did write a book that people are finding helpful which is wonderful and fantastic and earlier we were having breakfast and we were talking about all these books that - I’ve read and I’ve loved where I’m saying ‘these people are not setting out to write mental health books, and probably they don’t even know that’ve written a book that gets it right. Because they’re just writing an honest book, and honest story that doesn’t go along the lines of these weird stereotypes that are out there about mental illness. For example, I was judging a writing contest and it’s new writers that are trying to get a grant in order to pursue their writing. It was all young adults literature and I read through 215 entries and out of these entries over a hundred had a plot about suicide. But when I read the actual entry I was finding that they were just using suicide as a plot line. It was immediately obvious to me, since I had just been through everything that I have been through, cause I did this last year, it was immediately obvious that the people who were writing it, were writing it because they felt that putting a suicide in their story would make it more exciting or more sellable. And it was obvious that they hadn’t been through that before, they hadn’t lived in that space before.

And I suspect that those authors not only they have not gone through something like that themselves, they probably don’t have the idea the impact that writing something that was not authentic or carefully thought of could have on the reader.

Absolutely. And I think it’s because, you know, for somebody who isn’t vulnerable, they can watch something, see something and it can just wash over them and they keep going on their day and everything is fine. and I’m a big proponent for free speech so, my thing is yeah, those stories can exist out there, but if they are going to exist out there we need to make sure that people understand what the impact can do to somebody who is vulnerable and so if somebody is already feeling suicidal or has suicidal ideations and they read or see something that can be just the thing that tips them, and there we’re talking about literally a matter of life and death. So I always try and focus on how can we change this mental health culture in positive ways? I don’t wanna say ‘stop writing those books, stop publishing those books’, but I do wanna say do those things and make sure that you are being a condescend of it and careful and if you know, maybe you won’t publish it, maybe you’ll still go forward with it, but I think that a lot of people just don’t know and they don’t know their impact can be.

 

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